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giovedì 7 ottobre 2010

Attacco al cuore del decoro urbano di Fabio Meh

Pseudosfilata di moda cinese

Girano per strada in pigiama, o con discutibili infradito, oppure con giubbotti irreperibili da anni, o ancora abbinando colori solo come saprebbe fare un pittore naif. Sono loro: gli immigrati.
Come si spiega la coerenza degli abbinamenti nel vestiario da rom a rom? E come è possibile che si siano verificati molteplici casi di avvistamento di cinesi in pigiama? O come possiamo spiegare la perseveranza dei magrebini nell'indossare ciabatte, anche in periodi freddi, nonostante siano nordafricani? E dove questi ultimi riescono a trovare i loro giubbotti, quando quei modelli sono introvabili e inaccessibili a un italiano almeno da quando Amedeo Minghi è entrato per la prima volta in classifica? Qualcuno ci sta mentendo? C'è qualcosa che non sappiamo? Siamo andati a chiederlo al professor Carlo De Furliansis, direttore del centro di ricerca sugli immigrati e docente di Etnopsicologia della facoltà di Milano.

Professore, lei come spiega questi fenomeni?
Beh, la risposta non è facile. Per prima cosa occorre capire dove stanno le motivazioni per cui noi notiamo cose di questo genere, e per capirlo bisogna osservare la società nel suo insieme. Attraverso questa operazione, possiamo subito renderci conto che questi uomini e donne sono diversi. Questo è possibile perché esiste un confine dimostrabile che separa l'Europa dal resto del mondo, e non è un confine geografico, bensì culturale. Ad esempio, recentemente alcuni paesi dell'est sono entrati in Europa, e i loro abitanti, appena possibile, hanno cercato di comprare vestiti decenti. Lo vediamo spesso, anche per persone provenienti da paesi non entrati nella comunità europea. Ma guarda caso, anche se comprano vestiti nelle nostre vetrine, anche costose, essi riescono a sembrare un'opera di Basquiat. Questo ci fa pensare che il problema possa venire da una sequenza genetica che genera una reazione comportamentale. Abbiamo fatto degli esperimenti allevando scimpanzé dalla nascita ed abbiamo insegnato loro a vestirsi, giorno per giorno. Questi sono riusciti a conformarsi alle nostre abitudini, cosa che evidentemente non avviene per gli immigrati. A quale conclusione ci ha portati questo? Abbiamo ragione di credere che l'evoluzione dell'uomo europeo e di quello extra europeo non abbia la stessa origine. Lo dimostra il fatto che non esistono ad esempio stilisti iracheni, eschimesi, o pachistani, o non esiste nulla che possa essere chiamato con questo nome.

Occorre riflettere su questo aspetto ogni qual volta ci rechiamo in un negozio di abbigliamento cinese. Non è un fatto di pregiudizio o di semplice lotta al falso, ma una pura questione di decoro. La situazione attualmente comincia a presentarsi ingestibile, e i nostri poveri occhi di lavoratori onesti ogni giorno vengono torturati dalla presenza di un pigiama ripieno di un cinese o di una ciabatta afgana. Il giorno in cui avremo ai piedi delle ciabatte con le calze e staremo ordinando un caffè sarà troppo tardi: il nostro gusto sarà irreversibilmente scomparso.

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