La nostra inchiesta sulla temibile organizzazione di lotta alla povertà: le "brigate Ricche"
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| Un brigatista impugna del caviale puntandocelo addosso |
Erano quasi vent’anni che non uscivano allo scoperto; periodo nel quale hanno preferito tramare nell’ombra, con ovvi successi, senza mai uscire dal clandestino, se non con poche iniziative mai peraltro rivendicate ufficialmente.
Un grandissimo corteo dimostrativo si è svolto ieri nelle strade della capitale per protestare contro “l’inaccettabile atteggiamento parassitario tenuto, ora più che mai, dalla plebe approfittatrice durante la presunta crisi finanziaria che sostiene di stare subendo, classico comportamento irresponsabile tenuto comunemente dagli straccioni per richiamare l’attenzione sui loro fittizi problemi, derivati fra l’altro dal continuarsi dei loro atteggiamenti irresponsabili”.
Ed è così che migliaia di iscritti alle brigate Ricche si sono riversati nel centro storico gridando la loro rabbia e la loro stanchezza per le continue e immotivate lamentele da parte del popolo (parola fra l’altro che esce sempre smorzata dalle bocche dei manifestanti).
Impossibile risalire al numero dei partecipanti. Sette miliardi e ottocentonovantanovemilacirca secondo gli organizzatori, settanta secondo la procura che sottolinea però il loro protestare con classe. “Hanno steso un pavimento rosso sui marciapiedi calpestati dalle loro Tod’s , lasciando spiccioli di mancia a ogni poliziotto per comprarsi un gelato” ha riferito il questore.
E così, al grido di “siete poveri? Cazzi vostri” e “Briatore Papa” un corteo variabilmente enorme si è snodato per la città. Assaliti e imbrattati i negozi da 99 centesimi - spesso le vetrine sono state coperte da scritte come “tutto a 999,99 € Iva esclusa” - devastata la sede della Caritas e le mense dei poveri, il corteo si è poi diretto minaccioso verso l’albergo popolare tirando uova e frutta marcia allo slogan “le bucce ve le regaliamo”.
Pare anche che un manifestante abbia provato a dar fuoco a un barbone, provocatoriamente addormentato nei pressi del passaggio del corteo; l’uomo, sicuramente un pezzente disoccupato come tanti vanno di moda ormai, ha spento la fiamma dai pantaloni ed è andato via borbottante, senza gradire il favore. “Pensavo che la miseria fosse infiammabile” si è giustificato il rampollo.
Ed è così che, spinto dalla curiosità e dal bisogno disperato di trovare qualcosa da scrivere per i 9 abbonati del nostro giornale (8 mi dicono dalla redazione, l’ultimo pare fosse un novantaquattrenne morto di dissenteria a Natale e che credeva fossimo un inserto di “Famiglia Cattocomunista”), ho rotto gli indugi e, dopo i primi temibili contatti, sono riuscito a farmi portare nel covo e parlare con il leader delle bR.
L’appuntamento è stato fissato all’alba davanti alla sede centrale di un importante istituto bancario, lì mi sono presentato vestito di tutto punto e ho trovato la Maserati con autista un ex pilota di formula 1 e, dopo essere stato bendato con un’apposita benda “Dolce e Gabbana” per paura che gli occhi a contatto con una stoffa impura potessero esplodere e salvaguardare la segretezza del ritrovo, sono stato condotto nella prigione del popolo.
E’ lì, in una splendida villa settecentesca, che vengono sequestrati e tenuti in ostaggio per una settimana i nemici del capitale. Operai, disoccupati, padri di famiglie gravate dal mutuo, insegnanti e perfino giovani precari prelevati dalla strada e reclusi per periodi che variano dalla settimana ai tre mesi proporzionalmente alla loro povertà.
Buttati in un salone principesco, fra lampadari di cristalli di Boemia, tappeti preziosi, argenteria, i poveracci vengono trattenuti, sorvegliati e indotti a approfittare di tale lusso.
C’è davvero tutto, a punto che quando entro rimango esterrefatto, schermi talmente piatti che sembrano anoressici montati ovunque, lettore Dvd e Cd con comando vocale, biliardo senza e con le buche, piano bar comprensivo di ogni liquore e di cameriera diciottenne in topless perenne che versa da bere strusciandosi come una scrofa in calore e sussurrando “scapperei volentieri in Afghanistan per non farmi nemmeno sfiorare da un essere riluttante come Lei, ma con tutti i soldi che ha non posso fare a meno di vederLa bellissimo e sognare di essere sua moglie”.
A pranzo,cena, colazione e merenda, caviale e champagne comesepiovesse, accompagnati da uova di un qualche uccello in via di estinzione che si può scegliere dal menù.
Letti a tre piazze e mezzo vibranti a seconda delle fasi del sonno e enormi cuscini con piume di storione (oltre le uova….) adornano la maestosa camera.
Prima di essere ributtati nella loro inguaribile miseria, i pezzenti vengono fotografati con una copia di Capital in mano. E una volta fuori, impazziscono solitamente al ricordo di cotanto lusso e non riescono più a proseguire nella loro tremenda esistenza plebea.
Una punizione tremenda, insomma, studiata sadicamente nei minimi dettagli per accrescere il senso di disgusto verso se stesso da parte del poveraccio di turno.
Dopo aver attraversato saloni imperiali e cortili adornati di fiori rarissimi e di fontane enormi che gettano continuamente “sempre acqua nuova senza il riciclo, se no che gusto c’è” mi trovo davanti, dentro una stanza tutta di pelle nera, il leader riconosciuto di questa temibile organizzazione.
Un uomo asciutto, abbronzato, che si nasconde dietro una maschera di Zio Paperone.
“Quello che vogliamo, Mike – inizia con voce ferma e modi gentili – è eliminare la povertà nel mondo. Ma non siamo così stupidi da credere che ciò possa avvenire tranquillamente, grazie a donazioni o interventi statali o stronzate del genere, tanto ci sarà sempre un mangiacipolle che si rifiuterà di accumulare capitali. Noi vogliamo eliminare i poveri, o ancor meglio convincerli a eliminarsi, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Essere nullatenenti, o comunque proletari, comporta dei danni enormi al mondo e questo loro lo sanno. La loro innata vocazione alla straccioneria si riflette infatti sia nel loro modo di vivere ma anche in quello del mondo esterno. Pensa a cosa succede se un operaio, adducendo la fragilissima scusa della perdita del lavoro smette di colpo di pagare le rate del mutuo, del prestito personale, della televisione e del cellulare. Crolla tutto Mike, te lo giuro, tutto per colpa di uno svogliato che invece di mettere da parte i soldi per magari comprarsela un’azienda, e poi anche il Ferrari e lo schermo piatto, decide dal giorno alla notte di smettere di guadagnare.
Non puoi permetterti di rimanere povero ai nostri tempi, oltre che una vergogna e un’usanza bohemien fuori moda è una colpa gravissima. Non possedere niente o quasi è da irresponsabili.
Sognamo un mondo di conti in banca a minimo sei zeri, di boutique di lusso al posto degli straccivendoli, di auto lucidissime e potenti parcheggiate ordinatamente, di ville invece che di bettole, palmari al posto delle cabine, di donne ingioiellate e truccate invece di scheletri permamentati che si trascinano dal mercato fino a casa.
Non credi che sarebbe un mondo più bello, Mike? E non credi che sognare un mondo più bello sia una splendida utopia e non una colpa? E non ritieni che se basta in fondo il sacrificio di poveri cani bastardi che non contano niente, non possiedono nulla, non lasciano una briciola, non sia in fondo un sacrificio umanitario?
I pochi interlocutori che abbiamo in parlamento sono deboli e moderati e troppe volte cedono al compromesso per qualche povero voto in più. Noi lottiamo veramente, con sacrificio,tenacia e partecipazione per fare un paese migliore e con meno problemi.E se questo fa di me un terrorista, è troppo facile dirti che sono colpevole.
E ora perdonami, vado a bermi un long island ghiacciato nella mia piscina d’acqua delle cascate del Niagara assieme alla mia istruttrice personale di nuoto sincronizzato, ma la mia mente non è mai libera perché continuamente concentrata verso nuove strategie di lotta. Dillo tu, al mondo.”
Poi è tutto un ritorno graduale, un percorso a ritrovo fra stanze dorate che non posso fotografare e tutto il resto, fino a che la benda non viene tolta e immediatamente bruciata (“non vorrà mica che la faccia lavare quando posso comprarne altre 287108403 solo con quello che ho in tasca, vero?”) e sono di nuovo nella strada.
Stordimento, di nuovo nella cenciosa Realtà.
La gente puzza, grida, scivola via correndo con sguardi disperati, implora qualcosa, ha bisogni che si è creata e che non conosce.
Un negro mi si avvicina e faccio un sobbalzo impaurito. Para la sua mano negra, gli provo a spiegare tutta la faccenda e che hanno le loro ragioni anche loro. Vorrei convincerlo a diventare ricco e farla finita con i fazzoletti d’estate. Ma dopo venti minuti di spiegazioni mi dice che conosce solo i numeri e quattro parole essenziali della nostra cara lingua.

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